Vetro di colorazione variegata, traslucido, con venature opache. Si ottiene aggiungendo al fuso, ad esempio vetro trasparente incolore, una miscela pigmentata a base di ossidi diversi (generalmente di rame, ferro, cobalto e stagno) e argento metallico, che contiene anche un componente riducente (carbone o altro); il composto viene parzialmente mescolato al fuso e lavorato dopo un certo periodo di tempo.

La colorazione è data sia dalla dissoluzione nel vetro degli ossidi metallici sia dalla formazione di particelle colloidali d’argento e rame metallico, più piccole dei microcristalli. Questo vetro trovò applicazione a Murano già nel XVI e XVII secolo, ma in seguito se ne abbandonò l’uso tanto da perderne la formulazione. Solo nel 1846 l’industriale Lorenzo Radi, dopo laboriose ricerche riuscì a riottenerlo utilizzandolo per produrre oggetti o, soffiato in lastre piane, come complemento per mobili preziosi.

La Venini & C. lo impiegò, su disegno di Napoleone Martinuzzi, come rifinitura per bocche e manici di grandi vasi o per figure da centrotavola. Nel Novecento il calcedonio è poco usato e con questo termine si fa passare un materiale sostanzialmente composto da una miscela di paste già fuse di due o tre colori. Raramente troviamo pezzi in vero calcedonio, come quelli eseguiti dalla Cenedese negli anni ‘60 a puro titolo di ricerca.