Vetro di colore giallo-brunastro, traslucido, nel quale sono dispersi micro-cristalli riflettenti color oro, costituiti da rame metallico, formatisi per devetrifica- zione (separazione dal fuso durante il raffreddamento). Si prepara fondendo la miscela del vetro trasparente incolore con aggiunta di ossido rameoso, ossidi di ferro e di piombo. La fusione viene fatta in ambiente riducente e il raffreddamento del fuso deve essere lentissimo.

Tradizionalmente, per ottenere un prodotto ottimale, a fusione avvenuta, il forno veniva spento e lasciato raffreddare naturalmente per diversi giorni, una volta raggiunta la temperatura ambiente, si procedeva alla rottura del crogiolo di fu- sione, dove, sotto uno strato di vetro incolore ossidato, si trovava l’avventurina. Questo vetro trovò l’apice dell’applicazione a Murano nella metà dell’Ottocento, prima presso le fornaci di Pietro Bigaglia e poi presso la Salviati & C., dove venne rifuso e soffiato per ottenere oggetti estremamente ricchi ed eleganti, spesso destinati ai regnanti dell’epoca.

Nel Novecento l’avventurina venne usata da poche vetrerie per la grande difficoltà di esecuzione. Ricordiamo in particolare la Barovier & Toso e la Aureliano Toso che produsse, su disegno del pittore Dino Martens, una serie di vasi in questo materiale decorati da fasce policrome applicate.